Quando parliamo di ansia ci riferiamo a un’esperienza emotiva, comune a tutti, innescata a fronte di un vissuto di minaccia reale o immaginaria, uno stimolo ambientale o dato dalla vita interiore del soggetto.

Se risulta più facile discriminare i cambiamenti corporei associati a uno stato ansioso, (tutti noi abbiamo provato almeno una volta, quando siamo in ansia, sensazioni di palpitazioni, sudorazione, tremori, brividi, ecc.),  potrebbe essere più complesso individuare i processi cognitivi sottostanti a un’esperienza d’ansia che, se non “visti”, a loro volta rischiano di creare dei meccanismi di amplificazione dell’arousal emotivo, aumentando i comportamenti di evitamento  o di blocco e allontanando da obiettivi e desideri personali.

Tali meccanismi, definiti anche distorsioni cognitive, risultano come delle formule di pensiero automatiche, che fanno da guida a un’elaborazione erronea delle informazioni circostanti, ad interpretazioni distorte della realtà e, anziché consentire una valutazione delle risorse a disposizione per affrontare una determinata situazione, portano ad intensificare lo stato di sofferenza.

La natura di tali distorsioni cognitive non è facile da riconoscere e spesso solo un percorso terapeutico consente di risalire alle origini di tali meccanismi automatici di pensiero. Essi possono rappresentare effetti di primitivi modelli relazionali, di parole che ci sono state rivolte in infanzia da figure di riferimento primarie e dall’elaborazione soggettiva delle stesse.

 

Per agevolare il lettore, possiamo tuttavia provare ad identificare alcune di queste forme di significanti o di stati mentali associati a situazioni di escalation emotivo.

 

  • “Ho mal di testa, sicuramente si tratta di una malattia grave”. “Se questo colloquio va male, non troverò mai lavoro”. Questi sono degli esempi di catastrofizzazione, ossia una tendenza ad ingigantire un problema, con l’illusorio intento di prevedere le conseguenze peggiori, ma con l’effetto di aumentare in maniera esponenziale lo stato di ansia.
  • “Non sono capace di fare nulla”. “Sono sempre disattento”. “Non riesco mai a relazionarmi bene con gli altri”. Ecco alcune frasi esemplificative di tendenza all’estremizzazione o dicotomia del pensiero, in cui si tende a giudicare o giudicarsi con parametri polarizzati di buono o cattivo e in cui non si contestualizza la specificità delle situazioni. Automatismo che allontana dal riconoscimento consapevole delle proprie risorse.
  • “Quella persona ha cambiato posto in autobus perché non vuole stare vicino a me”. Il capo ha indetto una riunione straordinaria con la dirigenza, perché dovranno parlare di me”. Ecco una forma di personalizzazione, in cui si interpreta il mondo circostante a partire da un’iper-responsabilizzazione personale, alla base potrebbero esserci meccanismi di scarsa autostima o di poca fiducia in sé e negli altri.
  • “Se non ripeto alla perfezione tutti gli argomenti di esame, vuol dire che non sono preparato”. La tendenza al perfezionismo estremo può innescarsi a partire da una necessità di controllo, ma allontanare da una valutazione obiettiva delle proprie capacità e amplificare vissuti ansiosi.
  • “Ho balbettato una volta durante la presentazione del progetto, è stato un disastro”. L’astrazione selettiva consiste nella tendenza a estrapolare solo un particolare negativo dal contesto, andando ad alimentare senso di inefficacia personale e pessimismo.
  • “Non ha risposto al mio messaggio, è arrabbiato con me”. La tendenza a inferire in maniera arbitraria, consiste nell’arrivare a determinate conclusioni senza evidenze sufficienti o senza informarsi e confrontarsi.

 

A partire da questi esempi ci preme sottolineare come, nella vita soggettiva del singolo, alcune tematiche, più di altre, possono fare presa sul modo di interpretare il mondo, di relazionarsi, di affrontare le situazioni, spesso allontanandoci da una visione ampia e attendibile della realtà circostante. Il bisogno di controllo, di perfezionismo, la paura dell’incertezza, la scarsa autostima sono solo alcune delle questioni pregnanti associati a tali meccanismi ripetitivi.

Qualora le riconoscessi come familiari, potrebbe essere utile confrontarti con l’altro ed esporre i tuoi timori, informarti su tutte le variabili associate alla circostanza e attenzionare il linguaggio che usi.

Spesso rivolgersi a un professionista può essere una strada da intraprendere per conoscere meglio se stessi, la propria verità soggettiva e le proprie zone di ombra, oltre che una possibilità di cambiamento, di incremento del benessere e di fare luce sulle proprie risorse e inclinazioni.

A cura della Dott.ssa Maria Maione

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